L’onore (perduto?) di Repubblica

Lodo (Scalfari) o non lodo, non c’è aria di grancassa per il 25 ottobre di Repubblica. Prima la stretta di mano tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi, con D’Alema che parla di “interesse comune” per il paese, poi l’imminente incontro Fini-D’Alema ad Asolo, poi Pier Luigi Bersani che accetta bacetti della morte da ogni dove e non sbraita né contro la destra né contro la Binetti. Infine (ieri) D’Alema che lo dice proprio chiaro: “Abbiamo bisogno di un leader forte eletto sulla base dei voti e non sulla base dei lodi”. Leggi Le ambizioni sbagliate di Scalfari di Giuliano Ferrara
18 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:35
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Lodo (Scalfari) o non lodo, non c’è aria di grancassa per il 25 ottobre di Repubblica. Prima la stretta di mano tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi, con D’Alema che parla di “interesse comune” per il paese, poi l’imminente incontro Fini-D’Alema ad Asolo, poi Pier Luigi Bersani che accetta bacetti della morte da ogni dove e non sbraita né contro la destra né contro la Binetti. Infine (ieri) D’Alema che lo dice proprio chiaro: “Abbiamo bisogno di un leader forte eletto sulla base dei voti e non sulla base dei lodi”.
E insomma il 25 ottobre, giorno di primarie, doveva essere l’apoteosi del partito di Rep., più che del Partito democratico, con tutti quei mesi di martellamento fieramente (e ossessivamente) antiberlusconiano alle spalle. E però sono sempre meno numerosi, nel Pd, quelli che hanno voglia di farsi più scalfariani di Scalfari. E addirittura gira voce che alcune grandi firme di Largo Fochetti siano stufe di procedere a suon di dieci domande. Persino Dario Franceschini – colui che attende un editoriale di endorsement da Rep. e dunque mantiene toni neogirotondini – evita di strafare. Accade così che, sulla Banca del mezzogiorno, Franceschini dica, tutto sommato pacatamente, “vedremo se è un annuncio o una cosa concreta”. E ieri il quotidiano di area pd Europa, dopo aver espresso il desiderio che il Franceschini che va a caccia di voti dipietristi ci sussurri all’orecchio “che non crede a tutto quello che dice”, si chiedeva se “l’alternativa alla rinascita dell’Unione” fosse proprio “un grande partito giacobino”, concludendo che non era questo il Pd dei sogni.
Sogni che inchiodano il Pd (e il fondatore Walter Veltroni) a un altro rovinoso 25 ottobre, quello dell’anno scorso, quando W., alla testa di una piazza già molto dipietrificata e scalfarizzata (nel senso di Eugenio e di Oscar Luigi, a sua volta su un palco due mesi dopo), metteva fine all’illusione CaW (Cav.+Walter), un’opposizione non sbraitante ma criticamente dialogante. Fu il declino per W. Chissà che ora la nemesi del 25 ottobre, complice l’ammorbidimento generale, non compia il miracolo che anche una parte del Pd attende: smetterla una mattina per tutte con le dieci domande e, già che ci siamo, anche con quella che ieri in ambienti dalemiani qualcuno ha chiamato “passaggio dal veltronismo allo stalinismo” (a proposito dei proclami di espulsione per Paola Binetti).
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